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lunedì 21 dicembre 2015

Il dramma delle cene aziendali

Con l'arrivo delle festività natalizie tutti i lavoratori dipendenti si trovano alle prese con un appuntamento irrinunciabile della loro vita lavorativa.
No, non si tratta delle numerose richieste di ferie respinte, né dei calendari di turni con i colleghi modificati innumerevoli volte. Non si tratta nemmeno dell'anticipazione di tutto il lavoro che si perderà nei comandati giorni di festa, né della chiusura di progetti in corso.

Sto parlando del leggendario dramma delle cene aziendali (pranzi per i più fortunati, weekend per coloro che sono ricoperti di sfiga). Come se non bastasse vedere tutto il giorno le facce dei propri colleghi, molte aziende ritengono opportuno far sentire ancora di più a disagio i propri dipendenti organizzando incontri per scambiarsi gli auguri di Natale e un Felice anno nuovo, meglio se in orario extra lavorativo.

Ecco alcune disagevoli idee che vengono alle aziende per premiare i propri dipendenti:

L'APERITIVO IN UFFICIO
Quando: rigorosamente dopo l'orario di lavoro
Come: si allestisce un tavolo o una scrivania con ciotole di patatine e pop corn del discount, un pandoro tagliato a stella per metter allegria e una bottiglia di spumante per 30 persone. Giusto per augurio.
Risultato: esci dall'ufficio un'ora dopo, maledicendo il tuo capo e i tuoi colleghi, pensando che ne avresti fatto volentieri a meno.

L'APERITIVO IN UFFICIO ALTRIMENTI DETTO "OGNUNO PORTA QUALCOSA"
Quando: rigorosamente dopo l'orario di lavoro
Come: sei costretto a portare qualcosa da casa, quindi non solo butti via una serata ma anche quella prima nel tentativo di preparare o comprare qualcosa che possa piacere a tutti. E visto e considerato che coi colleghi sei intimo come col presidente del Nepal, opti per delle bibite.
Risultato: il 90% dei tuoi colleghi porta da bere, l'1% porta delle patatine, il restante dei rustici preparati il giorno prima e ora invitanti come dei rollé di cavolo nero e sterco. Esci dall'ufficio un'ora dopo, maledicendo il tuo capo e i tuoi colleghi, pensando che ne avresti fatto volentieri a meno.


venerdì 23 agosto 2013

"Il 19 agosto dovete essere tutti in ufficio!"

Così ha esordito il mio capo un giorno di giugno, condividendoci un file per la scelta dei giorni delle ferie.
"Bisogna essere tutti di nuovo in sede e operativi!". 
E tu che gli dici? Intanto e lui che ti passa i piccioli ogni mese. Piccioli che finiscono alla velocità della luce, ma questo è un altro discorso.
Sì, avrei voluto rispondere "Ma il 19 agosto dello stesso anno o di questo?"
Oppure cercare di fargli capire che il 19 agosto io sto ancora digerendo il pranzo di Ferragosto, con parecchia difficoltà, e non senza l'aiuto del citrato effervescente. Però mi sembrava un discorso che un nordico difficilmente avrebbe carpito.

Un nordico non può proprio avere la concezione delle teglie di melanzane e peperoni ripieni che sono passati davanti ai miei occhi. In marcia. 
In fila indiana. 
Ancora li rutto.

Alla fine mi rassegno alle gerarchie, metto qualche melanzana ripiena in un Tupperware e torno nella pianura padana. Scendo dall'aereo e ad accogliermi nessun capo di stato, o red carpet, o fotografi, o orde di fan. Solo pioggia. 
A cui sono seguite numerose bestemmie e lanci di melanzane contro il cielo.

Per farla breve.
Arrivo in ufficio con un umore tale da far andare in depressione anche Pollyanna e scopro che tutti i capi sono in vacanza fino a fine agosto e che davanti ai pc ci sono io e una mezza dozzina di poveri stronzi, che come me avevano ricevuto la fatidica mail.

Orde di melanzane e peperoni ripieni di colpiranno. E ti faranno molto male. 
Ti aspettiamo in ufficio.





martedì 16 luglio 2013

Manuale di sopravvivenza ai colloqui di lavoro - Lezione 3


COME SI VEDE DA QUI A 10 ANNI? Ecco un'altra domanda tipica e decisiva di ogni colloquio di lavoro che si rispetti. Come ormai avrai imparato dalla Lezione UNO e DUE il segreto per superare il primo colloquio è quello di dire minchiate. Loro lo apprezzano.
Ognuno di noi alla domanda "Come si vede da qui a 10 anni?" vorrebbe rispondere: “Guardi, vorrei sposare una bella ereditiera vecchia e vedova, ricca da fare schifo, darle qualche bacino di tanto in tanto tappandomi il naso, e aspettare con impazienza di sotterrarla. E poi godermela per il resto della vita, viaggiando e passando da una festa all’altra”.
Lavorare nel pubblico
Altri ancora vorrebbero dire: "Mah... in fondo mi piacerebbe aver trovato un bel lavoro, magari nel pubblico che sono più flessibili, mettere su famiglia, fare un paio di figli e invecchiare felice!" ma neanche questa risposta ti porterebbe a superare il suddetto colloquio. Specie lo stai facendo in un'azienda privata.
Non è vincente neanche qualcosa come: "Veda, quello che cerco è un lavoro creativo, altamente stimolante... dove non siano fiscali con gli orari, dove posso arrivare alle 10-10:30, e poi magari lavorare fino a sera... tanto, scioè, io sò da filosofia che è meglio a qualità da quantità, nun trova? Il top sarebbe trovare un capo che se fà e bombe commè, figo no?". Soprattutto se ti trovi da Unicredit. Sai com'è.
Quindi la risposta più opportuna potrebbe essere, assumendo l'aria da stronZa di Caterina Guzzanti quando imita la Gelmini: "Dunque (già esordendo col dunque hai guadagnato punti), mi piacerebbe entrare a far parte di una realtà che mi permetta di esprimere al meglio le mie potenzialità, di lavorare bene col team e di aspirare ad una carriera all'interno della stessa realtà aziendale (e con realtà aziendale altre due punticini)".
Sì avete capito bene: dovete dire frasi come queste, senza senso, vaghe e generiche, che vi faranno passare per un essere medio e privo di personalità. Ma loro questo vogliono. Lo dice anche il loro manuale della Gestione delle risorse umane nelle realtà aziendali.

DOMANDE STRANE A SORPRESA. Si tratta di quella domanda che tutti sanno potrebbe capitare ma che tutti pregano e sperano fino alla fine che l'intervistatore risparmi. Tutti se ne chiedono l'utilità, ma nessuno lo hai mai capito, nemmeno loro. 
Ti accorgi che sta arrivando il fatidico momento quanto il tizio davanti a te, si guarda intorno, prende fiato, accenna un ghigno beffardo e dice: "Bene, bene...". Pausa. E tu in quel momento vorresti sprofondare nella poltrona scomoda che ti hanno rifilato, o alzarti in piedi, fermare tutto e salutare gli amici che ti stanno guardando da casa (rivolgendo lo sguardo verso degli angoli della stanza a caso, dove sei certo si nascondano le telecamere).
Finita quella pausa interminabile, il ghigno diventa un sorriso da stronzo e l'intervistatore esclama: "Le farò una domanda un po' bizzarra, ma non si faccia intimorire, mi dia comunque una risposta". E nel sorridere gli splende un dente come nella pubblicità di un dentifricio.
"Quanti ascensori ci sono in Italia?"
Dalla tua reazione dipende l'esito del colloquio. Potresti avere quel lavoro se non offenderai né la madre, né la sorella dell'intervistatore. Neanche in maniera alternata. E intanto fuori comincia a piovere, perché Gesù, i santi e i cari defunti del signore seduto davanti a te piangono da quante gliene hai mandate.

domenica 9 giugno 2013

Manuale di sopravvivenza ai colloqui di lavoro - Lezione 1

CURRICULUM. Fare colloqui di lavoro (parola che ai nostri giorni è facilmente intercambiabile con stage non retribuito) è a sua volta un lavoro a tempo pieno. Anzi, facciamo un passo indietro. Se stai andando a fare un colloquio di lavoro, vuol dire che hai un buon curriculum, il quale è stato scelto fra quello di molti altri candidati. Oppure che nessuno si era candidato per quel posto, o che la loro intenzione è quella di sfruttarti senza ritegno, per cui hanno ricontattato chiunque abbia inviato un CV. Ma queste sono sottigliezze. Diamo per scontato che tu ci sia arrivato per i tuoi straordinari meriti e perché hai spiccate doti di team leader, sei smart, preciso, responsabile, hai 3/4 anni di esperienza, ma anche neolaureato, parli e scrivi in una dozzina di lingue, propenso al lavoro di gruppo ma anche in perfetta autonomia; spiccato problem solving, rispetto delle scadenze, capace di lavorare sotto pressione e di gestire più occupazioni contemporaneamente, e tutte quelle altre stronzate che mettono negli annunci di lavoro.

ACCOGLIENZA E ATTESA. Giungi nel luogo stabilito all'orario stabilito, quasi sempre sull'orlo del ritardo: è bene non farlo, ma neanche troppo presto, perché altrimenti denoti ansietà! Scruti il posto, leggi il citofono più volte, ti togli gli occhiali da sole, ti metti una mentina in bocca e suoni. Prassi: aprono il portone o il cancello che sia, senza fornirti ulteriori indicazioni su come raggiungere l'ufficio. Il colloquio è iniziato proprio in quel momento. Loro ti spiano dalle finestre, dalle telecamere di servizio per capire quanto sei imbranato nel raccapezzarti in un luogo sconosciuto. Dopo alcuni momenti di panico trovi il luogo deputato, suoni ed entri. Ti accoglie una receptionist che, dopo aver avvisato la persona con cui devi svolgere il colloquio, ti fa accomodare in  una stanza con un tavolo e numerose sedie. "Arriveranno a momenti" dice. Cosi ti accomodi, ti sistemi, tiri fuori il Curriculum, bevi un goccio d'acqua, e cominci a guardarti intorno. La mia tesi è che la stanza sia zeppa di telecamere e loro iniziano a scrutare il modo in cui tu ti muovi nell'attesa. Così cerco di fare l'educato anche mentre sono da solo: non mi metto le dita nel naso, se non con eleganza, non mi sfrego troppo le mani, altrimenti pensano che sono nervoso, non accavallo troppo le gambe così non do l'idea di uno troppo rilassato.


STRETTA DI MANO. Arriva il tuo esaminatore e, se sei fortunato, anche un altro. Il momento della stretta di mano, il momento decisivo. Se hai la mano sudata sei spacciato, se stringi troppo forte sei spacciato, se non hai una presa decisa sei spacciato.Se non guardi in faccia mentre stringi sei spacciato, se non sorridi sei spacciato. Se sorridi e hai qualcosa tra i denti, fai proprio una gran bella figura di merda.

[Seconda lezione qui]

sabato 16 marzo 2013

Resoconto del mio primo mese di lavoro


Eccomi di ritorno dopo settimane di assenza e da astinenza da scrittura. Sicuramente non molti di voi si saranno accorti che l'ultimo post l'ho scritto un mese fa, ma io c'ho fatto caso forse perché a me è sembrato un secolo.
Avanti con la notizia bomba: ho trovato un lavoro. Un lavoro vero, con stipendio vero, contributi veri (lo spero), colleghi veri, capi veri (sic!) eccetera.
Ho sempre immaginato a come sarebbe stato il momento in cui avrei avuto un lavoro.
Sveglia al mattino, pausa pranzo, il "timbro del cartellino", l'uscita alla sera. e poi hobby, palestra, tempo a disposizione per progettare weekend di meravigliose attività, viaggi, gite fuori porta eccetera.

Celeberrimo rito del cartellino
Poi cominci a lavorare davvero: ti svegli la mattina e ti rendi conto che tutti e tre i tuoi coinquilini si alzano alla stessa ora e davanti al bagno bisognerebbe installare il display luminoso delle poste; prendi i mezzi stracolmi di gente che puzza già alle 9; entri in ufficio, saluti tutti, in pochi ricambiano, ti metti al pc, ti ricordi di badge-are (come cazzo si scriverà?) dopo un'ora che sei in ufficio; fai una pausa pranzo in compagnia di gente con cui non vorresti spendere nemmeno un minuto della tua vita, neanche per sbaglio in ascensore; poi lavori, il capo t'insulta, sei sotto pressione, fai delle belle cose, fai degli errori, sbuffi davanti allo schermo del computer, pausa caffè, pausa sigaretta, appunti sull'agenda, leggi le mail, mandi le mail al collega che ti sta affianco (già!). Guardi l'orologio, mancano solo due ore a alle 18:30; lo riguardi, manca solo un'ora; sono le  18:30 ma spunta qualche "urgenza"; sono le 7, finalmente esci, è finita una giornata, mancano solo 4 giorni al weekend; sali sull'autobus, c'è ancora più puzza, si chiudono le porte e ti ricordi che non hai passato il badge - imprecazione.
Arrivi a casa e non hai voglia di andare in palestra o da nessu'altra parte. Se esci e torni tardi la mattina sei un beccamorto in pigiama, e non è una condizione così edificante per andare a lavorare. Arriva il weekend e si ha più o meno la sensazione che sia ha prima dell'inizio delle vacanze estive, quando i progetti scavalcano le immaginazioni più fervide.
E invece il sabato si dorme fino all'una per recuperare il sonno arretrato, poi ti toccano le pulizie arretrate, la spesa arretrata (perché non c'hai in casa nemmeno una scatoletta di tonno), devi mettere la lavatrice - e no, quei vestiti sulla sedia non si laveranno mica da soli! - e se non sei stato bravo durante la settimana, hai anche del lavoro arretrato. Finisci per suddividere le cose da fare tra il sabato e la domenica, e t ritrovi ad andare a dormire alla domenica sera, senza aver concluso niente in tutto il fine settimana, deluso e arrabbiato con te stesso, e con l'angoscia da sabato del villaggio, o da domenica-sera-prima-d'iniziare-una-nuova-settimana-di-scuola. 
E tutto ricomincia daccapo.
Mi si potrebbe ribattere: Si ok, però adesso hai uno stipendio! Si è vero, ma se hai affitto e bollette da pagare, abbonamento mezzi, biglietto per tornare a casa per Pasqua, spese e ordinaria amministrazione, ti resta poco meno di quanto mi passava mio padre.
Insomma, benvenuto nel mondo del lavoro!


[Vabbè, chi mi legge sa che tendo un po' ad esagerare e a fare della prosopopea. Non è tutto così grigio e negativo. In fondo è un lavoro creativo. Ok basta, non posso cominciare dopo un mese a dire peste e corna, perché potrei essere licenziato subito. Credo che creerò un profilo-bis in cui potrò sputar merda in maniera anonima sul mio nuovo lavoro. Perché, fidatevi, ci sarebbe da scrivere un'altra saga!]