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venerdì 22 gennaio 2016

La vittoria dei libri di carta?

Imperversa la battaglia tra carta e digitale, ma il vero problema è che si legge sempre meno. Grazie a nuove contaminazioni tra carta e digitale il mercato può riprendersi, come dimostra l’ottima salute di cui godono i libri usati e le librerie indipendenti.

Uno scorcio della libreria indipendente "Gogol & Company", Milano
Poche settimane fa circolavano numerosi articoli, seguiti da una festante raffica di condivisioni sui social, che decretavano la rinascita dei libri di carta e il declino inarrestabile dei libri in formato digitale. Tutto il polverone mediatico che ha messo al rogo i libri digitali (prima o poi sarebbe dovuto toccare anche a loro), si è sollevato dall’annuncio di James Daunt, l’amministratore delegato di Waterstones (la più grande catena di librerie del Regno Unito) che ha dichiarato alla rivista The Bookseller: “Le vendite dei Kindle continuano a essere pietose, quindi li stiamo togliendo dagli spazi espositivi nei negozi”, sostituendoli con libri cartacei. Stessa cosa è successa nelle librerie Blackwell, altra importante catena anglosassone. Ma se i feticisti della carta credono di poter cantare vittoria per questo, stanno commettendo un errore di metodo: vendere meno e-reader non vuole dire vendere meno e-book (è ancora lunga anche la battaglia terminologica). I possessori di e-reader non lo cambiano ogni volta che acquistano un libro digitale; senza contare che la fruizione di questi passa anche per i tablet, gli smatphone e i PC

Negli Usa qualcosa però sta succedendo davvero: le vendite degli e-book sono calate del 10% rispetto all’anno prima, come segnala il rapporto 2015 dell’Association of American Publishers. È lecito credere che anche l’Italia seguirà questo trend fra qualche anno (considerando il ritardo dell’introduzione degli e-book rispetto al mondo anglosassone e americano). Di contro però i libri digitali nel nostro Paese godono di discreta salute. 

sabato 17 novembre 2012

Luis Sepúlveda a Bookcity Milano: amicizia, animali e politica. - Per uscire dalla crisi c'è bisogno di una rivoluzione dell'immaginario.

Luis Sepúlveda ha aperto l'edizione zero della BOOKCITY MILANO giovedì 15 ottobre nella sala conferenze della Triennale di Milano. I saluti di Stefano Boeri, assessore alla cultura della città del libro, e di Luigi Brioschi, presidente della Guanda: entrambi pongono l'accento sulla necessità di dare forte impulso allo sviluppo della cultura, capace di generare mondi, visioni e orizzonti.; entrambi concordi che Bookcity rappresenti un forte segnale d'apertura per Milano e per l'Italia intera.
Si entra così nel vivo della chiacchierata con l'autore de Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, un uomo mite, sobrio, affabile. Discute con Bruno Arpaia, scrittore e giornalista, ma soprattutto suo grande amico. "Un paese che legge ha più possibilità d'immaginare: questo è l'unico modo che abbiamo a disposizione per uscire dalla crisi". Così esordisce Arpaia e lo scrittore cileno rincara la dose: "Questo festival è una luce in questa Europa di crisi, crisi che non hanno fatto i cittadini, ma i nemici dei cittadini. Per uscire dalla crisi c'è bisogno di una rivoluzione dell'immaginario". E di rivoluzione lui ne sa qualcosa.
Si passa poi a discutere del suo nuovo libro, Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico, e del tema caro alla narrativa di Sepúlveda, l'amicizia. Ci si perde così nei suoi dolci e famigliari racconti, dall'amicizia che lo lega col suo compadre, fino alla peripezie vissute per incontrare il suo scrittore-mito, Julio Cortazar; si ride quando parla del suo rapporto con gli animali e dell'orrore quando vide la sua unica gallina, mascotte di tutti i suoi amici, servita per cena. Ma ci si perde nella sua semplicità quando parla dell'amicizia, che per lo scrittore incomincia quando si parla di Noi: i veri amici sanno condividere anche il silenzio.
In chiusura si accenna alla situazione politica: per Sepúlveda negli ultimi anni la politica europea è stata carente di morale e di etica. Arriva a toccare, anche in maniera abbastanza inavvertita, la politica italiana e in particolare le primarie del centrosinistra. Gli pare paradossale che appartenenti a una stessa corrente debbano rilasciare dichiarazioni rispetto alla loro ideologia e alla loro posizione, quasi per differenziarsi dagli altri (dello stesso gruppo). E non le manda di certo a dire Sepúlveda, meravigliandosi che un leader che si candida per guidare il paese citi come proprio modello ispiratore papa Giovanni.
Conclude con un messaggio di speranza: "Dobbiamo opporre a questo stato di cose una resistenza creativa e forse l'utopia di un'Europa unita, l'unica che ci resta, potrà finalmente diventare realtà".