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lunedì 17 luglio 2017

La Guarimba ci salverà - Intervista a Giulio Vita

Un Festival esplosivo e rivoluzionario: il cortometraggio e l’arte alla portata di tutti, gratis. Un’impresa che si ripete per il quinto anno consecutivo nonostante l’odissea della burocrazia. La Guarimba, prima di essere un festival internazionale, è il sogno di Giulio Vita, Sara Fratini, Nancy e El Tornillo De Klaus e di centinaia di volontari. 

guarimba festival

Ogni anno ad agosto Amantea (CS) diventa un microcosmo di cortometraggi, illustrazione e confronto grazie a La Guarimba International Film Festival. L’idea folle del collaudato gruppo di esperti e volontari è di portare la gente al cinema e il cinema alla gente, nella terra “dove tutto è possibile”. Abbiamo fatto due chiacchiere con Giulio Vita, vulcanico direttore artistico calabro-venezuelano, per capire come si fa a fare innovazione sociale senza rendersene conto. 

Cosa ci fa un venezuelano in Calabria? 
Sono nato e cresciuto in Venezuela ma le miei radici sono nel Sud Italia. Quando studiavo giornalismo a Caracas, nel 2007, fui arrestato durante una manifestazione contro il governo, torturato e accusato di guarimba, che vuol dire casino. Due anni dopo sono stato sequestrato perciò ho capito che era arrivato il momento di cambiare aria (ride). Mi trasferisco così a Madrid a studiare Cinema e incontro Sara (Fratini, ndr) una bravissima illustratrice, la mia compagna. 

giovedì 15 giugno 2017

L’angelo custode è un trapezista

Un forte odore di trifoglio e rosmarino si spande sul limitare di una giornata rovente: è la fragranza che le stelle cadenti portano nella notte di San Lorenzo fino alle narici dei sette protagonisti dell’ultimo romanzo di Domenico DaraAppunti di meccanica celeste (Nutrimenti), candidato allo Strega 2017 – intenti a esprimere desideri senza esserne troppo convinti. 


Sette anime sperse nel comune reale e insieme immaginario di Girifalco, provincia di Catanzaro, noto solo per il suo manicomio. Lì viveva anche il postino di Breve trattato sulle coincidenze (esordio di Dara e finalista al Calvino 2013) che sbirciava tra le lettere di compaesani e, forte di una innata dote calligrafica, spesso ne modificava il destino. Conosciamo Lulù, il pazzo buono che “suona le foglie” nella perenne attesa della madre che lo porti via dal manicomio; Archidemu il filosofo stoico, turbato a vita dalla sparizione nel nulla di un fratellino e Venanzio, il sarto epicureo che creduto “ricchiuna” sfoga la sua abbondante ars amatoria con tutte le donne del paese, senza mai riuscire ad amarne una; poi ci sono Cuncettina “a sicca”, che vive la sua sterilità come una condanna sociale (acuita attraverso la lente di una non codificata depressione) e il piccolo Angelino “u biondu”, che invece il padre non l’ha mai conosciuto e, come Rosso Malpelo, si attira l’odio e gli scherni dei compaesani per una cioccia di capelli bianca; infine Malarosa, la cattiva, che spende le sue giornate tra le puntate di Beautiful e le maledizioni verso colei che le ha rubato l’unico pretendente della sua vita, Rorò “la venturata”, unico personaggio baciato dal fato che s’immolerà, inconsapevolmente, per la fortuna di qualcun’altra. 

giovedì 6 aprile 2017

Paola Arena, Pimp My Mag. Pezzi unici (ma in serie)

Dietro al progetto Pimp My Mag si nasconde la lametina Paola Arena, artista autodidatta che pimpa le copertine e le pagine delle riviste di moda coi suoi UniPosca. Nessuna fissa dimora ma tante idee e progetti in cantiere. Si esibirà in una performance live al MANI Festival di Catanzaro l’8 e il 9 aprile.


In un anno e mezzo l’artista Paola Arena ha pimpato centinaia di copertine di magazine di moda, dando vita al suo progetto Pimp My Mag. Un bagliore improvviso in un periodo d’incertezze, qualche viaggio e ora i suoi artwork prendono vita spontaneamente tra le sue mani. Il suo progetto è insieme un modo di fare arte che sfugge alle etichette, una forma innovativa di riciclo creativo e una costante battaglia contro la dicotomia tra cultura alta e bassa. Ospite al Mani Festival, nella sua live performance dipingerà su un supporto di circa 1,50 mt con  pennelli e colori acrilici.

Che formazione hai alle spalle?
Ho studiato Comunicazione, indirizzo Sociologia dei Consumi, Fashion Marketing e Styling e Editing per la Moda. Ho lavorato come Graphic Designer, Social Media Manager e Fashion Stylist. Disegno da sempre, forse per emulazione di mio nonno, pittore, ma non ho frequentato scuole d’arte.

Vivi tra Lamezia Terme, tua città natale, e Roma: hai intenzione di fermarti prima o poi?
Vivo in pianta stabile a Lamezia da febbraio ma alterno lunghissime soste romane. Onestamente non sono certa di essere tornata per rimanere.

martedì 4 aprile 2017

Giacca, cravatta e ferri da calza

In Cile un collettivo di soli uomini combatte gli stereotipi di genere e la visione patriarcale della società armato di ferri, lana e aghi. In pubblico coltivano fieri la propria passione difendendo il diritto di ognuno di esprimersi secondo le proprie inclinazioni



Stare a casa a fare la calza non è più un’offesa, per lo meno in Cile. E non solo in casa, anzi: per strada, nei parchi pubblici e anche nei musei sotto forma di performance artistica. Stiamo parlando del rivoluzionario progetto di un collettivo di uomini cileni, gli Hombres Tejedores (letteralmente gli uomini tessitori), che ha deciso di combattere gli stereotipi di genere a colpi di ferri, uncinetti, lana e aghi.

Nella patria di scrittrici come Marcela Serrano, di poetesse come Gabriela Mistral (Premio Nobel per la Letteratura nel 1945), di artiste come Lotty Rosenfeld e Cecilia Vicuña, di registe come Marilú Mallet e Valeria Sarmiento e di attiviste come Francisca Linconao, in un paese guidato da una donna, Michelle Bachelet, in carica dall'11 marzo 2006 all'11 marzo 2010, e nuovamente dall'11 marzo 2014 ad oggi (già Ministra della Sanità e della Difesa nazionale), l’uguaglianza tra donne e uomini è ancora lontana. Le sue battaglie per le quote rosa in politica, la pillola anticoncezionale, legalizzazione dell’aborto nono sono state ancora vinte, nonostante qualche passo avanti. 

In questo scenario di maschilismo e in una società fortemente patriarcale s’inserisce perfettamente l’azione semplice, ma nel contempo disturbante e rivoluzionaria, degli Hombres Tejedores. Stretti intorno allo slogan “Rompere con gli stereotipi ci trasforma in una società più inclusiva e tollerante” dodici uomini tra i venti e i quarant’anni, di estrazione sociale e culturale differente, si sono messi a cucire e lavorare a maglia. 

martedì 21 febbraio 2017

L'arte è mobile

In Spagna i camion dell’imprenditore e mecenate Jaime Colsa diventano vere e proprie opere d’arte urbana itinerante, firmate da famosi street artist. Il Truck Art Project intende portare la cultura fuori dai musei e renderla totalmente democratica


Se la gente non si avvicina all’arte, allora è l’arte che deve avvicinarsi alle persone. È quello che sta succedendo in Spagna grazie al rivoluzionario e visionario Truck Art Project: i teloni di grossi camion e autocarri diventano tele d’artista e si muovono per le strade del Paese come opere d’arte itineranti. La paternità dell’idea è del collezionista d’arte Jaime Colsa, nonché patron della Pallibex, società di logistica e trasporti spagnola. 

Il progetto prende avvio nel 2015 con l’obiettivo di mettere in piedi una singolare collezione di arte contemporanea senza alcun proprietario e in cui i camion di Colsa si trasformano in monumentali supporti delle opere. L’imprenditore e mecenate affida la curatela dell’arte contemporanea al gallerista Fer Francés e di quella urbana all’organizzatore di eventi Oscar Sanz. Nasce così una vetrina vivente e itinerante delle ultime tendenze nel campo della pittura, del disegno e dell'arte urbana, collocandosi in contesti non consueti e spaesanti. E col passare del tempo il programma diventa ancora più ambizioso e multidisciplinare, spaziando anche nei campi di fotografia, musica e cinema. Sanz afferma che uno dei maggiori punti di forza di questa iniziativa sta nella sua ricezione spontanea, proprio perché gli stimoli artistici del progetto vengono ricevuti ogni giorno in maniera quasi inconsapevole: “Prende corpo ciò che Marina Vargas, una delle artiste che partecipa al Truck, ha definito ‘l'estetica della vertigine’, ovvero che le opere sono progettate per apparizioni fugaci in un lasso di tempo molto determinato. La staticità solitamente governa il lavoro dell'artista tradizionale, ma qui a essere determinante è la mobilità”.

venerdì 4 novembre 2016

Massimo Sirelli, quei ricordi che diventano robot

L’artista Massimo Sirelli si è inventato un mondo popolato da robot da compagnia, realizzati con pezzi da riciclo dietro ai quali si nascondono storie personali e importanti. Vere e proprie opere d’arte che non sono oggetto di compravendita, ma aspettano solo di essere adottate.
massimo sirelli
Massimo Sirelli - Foto di Francesco Gili
Diligentemente disposti su mensole, su scaffali, sul grande tavolo da lavoro in legno grezzo. Alti, bassi, grassi, magri, umanoidi o dalle sembianze animali, dal colore del metallo o colorati: sono i robot da compagnia di Massimo Sirelli, un artista calabrese impiantato a Torino, che sfugge a qualsiasi etichetta. Un po’ street artist, un po’ illustratore, un po’ padre di robot, un po’ direttore creativo della sua agenzia di comunicazione.

Tra gli argini del Po e della Dora si trova il laboratorio di Massimo. L’ordine regna sovrano e tutti gli attrezzi del mestiere sono disposti con precisione maniacale. Non solo viti, bulloni, martelli e trapani: i pezzi forti del suo arsenale creativo sono innumerevoli scatole di latta di ogni forma e colore, utensili da cucina in disuso, maniglie di finestre, rotelle di monopattini, piccoli elettrodomestici. 

lunedì 10 ottobre 2016

Luna park a impatto zero

In un rigoglioso bosco sulle colline del Montello, Treviso, si erge un parco attrazioni che funzione senza elettricità. Il creatore è un pensionato di quasi 80 anni che ha solo la quinta elementare ma che immagina giostre fuori dall’ordinario
©Rudi Bressa per LifeGate
Ha 79 anni, ma l'entusiasmo e la vitalità di un dodicenne. I suoi occhi scrutano attenti tutti i movimenti presenti in natura, dalla foglia che trema al sasso che rotola, dal volo degli uccelli allo scorrere dell’acqua in un torrente. Ci troviamo a Nervesa della Battaglia, un comune di quasi settemila abitanti in provincia di Treviso, dove il signor Bruno Ferrin ha creato qualcosa di unico in tutto il mondo: uno stralunato parco d’attrazioni, immerso in un rigoglioso bosco di faggi, castagni e betulle che funziona completamente senza l’alimentazione elettrica. Sembra follia, eppure recentemente anche The Guardian si è accorto della singolarità di questo luna park, inserendolo tra i dieci parchi d’attrazioni homemade più bizzarri del mondo. Ma andiamo per ordine.

Siamo nel 1945 e Bruno di mattina vende i lieviti ai fornai della zona. Per sfruttare al meglio il tempo a disposizione nel resto della giornata, insieme alla moglie, la signora Marisa Zaghis, decide di aprire una piccola osteria sulle colline del Montello. Qualche bottiglia di vino, pane, salsicce, un altalena. L’afflusso di clienti è inaspettato e i Ferrin decidono di dedicarsi completamente alla loro osteria Ai Pioppi”. Poi un giorno Bruno alle prese con l’istallazione di nuove altalene, si reca in paese da un fabbro a chiedere di saldargli dei pezzi di ferro per ricavarne dei ganci. L’impegnato artigiano gli permette di utilizzare la sua saldatrice ed è lì che si compie una qualche magia. Bruno scopre la sua passione per il recupero di pezzi ferro e metallo, galvanizzato dalla possibilità di creare qualcosa che prima non aveva forma. Così acquista il bosco antistante all’osteria e comincia a lavorare nel suo laboratorio per dar vita alle prime giostre, attrazione per i suoi clienti.

domenica 12 giugno 2016

Io non credo

Cresce in maniera esponenziale il numero dei “Nones”, coloro che non afferiscono né si riconoscono in alcuna religione. E in Italia l’UAAR, Unione degli atei e agnostici razionalisti, rende noto che si è registrato un boom delle richieste di sbattezzo.

Campagna del 2009 ideata dall'associazione UAAR

Ci sono gli atei, gli agnostici, gli umanisti secolari, i laici, i razionalisti e quanti semplicemente non accettano alcuna etichetta. Per comodità possono essere raggruppati sotto la definizione di “Nones”, coloro i quali, cioè, non si riconoscono in alcuna religione né confidano in alcuna entità soprannaturale. Chi pensa che i Nones, altrimenti detti “non affiliati”, siano uno sparuto gruppo di neo hippie, di facinorosi comunisti o di sedicenti anarchici si sbaglia di grosso. Secondo lo studioThe future of world religions” condotto nell’aprile 2015 dal Pew Research Center, i Nones rappresentano il 16% della popolazione mondiale e costituiscono il più grande "gruppo religioso" in 6 macro-aree: Nord America, Canada, Argentina, Nord Europa, Russia, Australia, Sud Africa. 

Ma forse ancora più rilevante il dato che indica che i Nones siano il secondo “gruppo religioso” più grande nella metà delle nazioni del mondo (circa il 48%). Infatti mentre cristiani e musulmani rappresentano il gruppo religioso più diffuso in 9 nazioni su 10, i non affiliati godono del secondo posto in gran parte delle Americhe, dell’Europa e dell’Africa sub sahariana e, in generale, in tutti quei paesi che vedono il primato del Cristianesimo e dell’Islam.

venerdì 20 maggio 2016

Popolo di santi, poeti e analfabeti funzionali

Circa 7 italiani su 10 sono analfabeti funzionali, non sono cioè capaci di usare in modo efficace le competenze di base (lettura, scrittura e calcolo) per muoversi autonomamente nella società contemporanea e comprenderla. È colpa anche dei social network?


Illustrazione di Laura Marin per Wu Magazine
Centocinquantacinque anni fa, all’alba dell’unificazione nazionale, in Italia un 78% della popolazione era considerata analfabeta. Il vessillo di analfabeta veniva consegnato a chi non era in grado di scrivere il proprio nome. Due guerre mondiali hanno fatto spostare di qualche centimetro la scala di riferimento: il censimento generale del 1951 infatti riserva lo status di analfabeta a chi non sa leggere e scrivere. Le stime dell’epoca si attestano intorno al 15%. Boom economico, scolarizzazione, nuove tecnologie e riforme ci traghettano vertiginosamente negli anni 2000, spostando ulteriormente l’asticella: gli analfabeti del terzo millennio sono rappresentati da quanti non posseggono alcun titolo di studio. Tra il 2001 e il 2002 il 7% dei laureati si contrappone a un ancora duro 11%, composto da analfabeti o da senza titoli di studio.

Giunti negli anni dieci del XXI secolo - anni di iper-connessione, social network, immediatezza e app - una nuova categoria entra a far parte della mole di studi e censimenti: è considerato analfabeta funzionale colui che sa scrivere e leggere, ma non sa utilizzare queste competenze per interpretare la realtà in cui vive o per trarre considerazioni personali. Le cose del mondo gli scivolano sotto gli occhi ed è in grado di comprenderle esclusivamente attraverso le implicazioni che hanno su di sé. Secondo i dati dell’Ocse 7 italiani su 10 (dai 15 ai 65 anni) non comprendono un testo letterario, un contratto d’affitto o di un’utenza domestica, una polizza assicurativa, un articolo di giornale (literacy proficiency); per non parlare dell’accesso e utilizzo d’informazioni numeriche indispensabili nella vita pratica (numeracy proficiency). Resta enorme, per completare il quadretto, lo scarto tra gli abitanti del Belpaese e gli altri cittadini europei, nell’utilizzo e nella fruizione quotidiana delle nuove tecnologie digitali o d’internet (come dimostra il tariffario per servizi basilari - come ricariche, installazioni app e trasferimento rubrica telefonica - che Mediaworld è stato costretto a esporre di recente). 

martedì 26 aprile 2016

Illustratrice per caso: intervista a Claire Scully

Illustratrice per puro caso: “Celebro l’importanza del mondo animale in quello umano attraverso i libri da colorare

©Claire Scully
L’aver respirato sin dalla nascita le atmosfere urbane di Londra, dove vive e lavora, le è servito per elaborare il rapporto tra cemento e natura. Dopo gli esordi con la fotografia, Claire Scully è approdata quasi per caso all’illustrazione, in seguito a una laurea al London College of Communication e un Master of Arts in Communication Design. Dopo 10 anni di fervente attività come freelance, ora insegna illustrazione alla Brighton University e ancora non riesce a credere di poter vivere facendo ciò che ama. Disegna con penne, inchiostro e digitale.

Illustra i libri della Penguin Books, come At large and at small di Anne Fadiman, riviste, tra cui l’inserto Education del The Guardian, copertine di album musicali (l’elettronico Whimsical lifestyle di Mojib), raffinate etichette di vini (un Cabernet Sauvignon del 2007) e ricostruzioni per celebri musei (National Maritime Museum). Ultimo traguardo: un libro illustrato dal titolo Nordische Wildnis, pubblicato in Germania da Graefe Und Unzer. Alla base dei suoi lavori c’è il mondo naturale, soprattutto animale.

©Claire Scully
Connessioni. «Gli animali sono onnipresenti nei miei lavori. Credo che sia qualcosa più grande di una connessione: il mio intento è celebrare la loro importanza nel nostro mondo. Con il mio compagno Stewart ho da poco terminato un racconto illustrato, dal titolo Fulke and the Flood, che ammonisce sulla straordinaria forza della natura»

Libri da colorare per adulti. «Ne ho realizzato uno per la prima volta nel 2015 e da allora non ho più smesso. Li trovo terapeutici al pari delle tecniche della mindfulness, capaci di regalare attimi di serenità nelle nostre vite frenetiche. Inoltre è bellissimo condividere parte del mio processo creativo con quanti coloreranno le illustrazioni».

Cos’è lo stile “ingioiellato”? «È il mio tratto distintivo nell’illustrare gli animali. Consiste nel rendere ricche e piene le loro figure, quasi come fossero viste da un diamante o come se fossero realizzate con la tecnica del mosaico».

[Articolo pubblicato sul numero di maggio 2016 di Style Magazine, mensile del Corriere della Sera]

Gli animali spigolosi di Andrea Bartolucci

Animali in ogni dove: “Rappresentano qualità e caratteristiche umane. Ma io li scompongo”.


Nasce in Umbria trentadue anni fa ma da ventisei vive a Roma, a Cinecittà. Ama sperimentare con la pittura e la scultura, ma è l’illustrazione che gli permette maggiormente di esprimersi perché si presta a rappresentare con semplicità e accompagnare un immaginario già in qualche modo esistente.

La formazione artistica di Andrea Bartolucci parte sfogliando i libri d’arte classica del padre e appassionandosi al writing dei 90’s. Il liceo artistico e la laurea in Design del prodotto sono state naturali conseguenze. Casa e laboratorio creativo per ora coincidono, ma in futuro si vede il faber della sua poliedrica fucina d’artigianato dove prendono forma i suoi progetti e realizza lavori su commissione. Ha all’attivo serie di ritratti, bestie feroci in acrilico su enormi pannelli, tatoo zoomorfi e un abbecedario in cui ogni lettera corrisponde a un animale.

venerdì 22 gennaio 2016

La vittoria dei libri di carta?

Imperversa la battaglia tra carta e digitale, ma il vero problema è che si legge sempre meno. Grazie a nuove contaminazioni tra carta e digitale il mercato può riprendersi, come dimostra l’ottima salute di cui godono i libri usati e le librerie indipendenti.

Uno scorcio della libreria indipendente "Gogol & Company", Milano
Poche settimane fa circolavano numerosi articoli, seguiti da una festante raffica di condivisioni sui social, che decretavano la rinascita dei libri di carta e il declino inarrestabile dei libri in formato digitale. Tutto il polverone mediatico che ha messo al rogo i libri digitali (prima o poi sarebbe dovuto toccare anche a loro), si è sollevato dall’annuncio di James Daunt, l’amministratore delegato di Waterstones (la più grande catena di librerie del Regno Unito) che ha dichiarato alla rivista The Bookseller: “Le vendite dei Kindle continuano a essere pietose, quindi li stiamo togliendo dagli spazi espositivi nei negozi”, sostituendoli con libri cartacei. Stessa cosa è successa nelle librerie Blackwell, altra importante catena anglosassone. Ma se i feticisti della carta credono di poter cantare vittoria per questo, stanno commettendo un errore di metodo: vendere meno e-reader non vuole dire vendere meno e-book (è ancora lunga anche la battaglia terminologica). I possessori di e-reader non lo cambiano ogni volta che acquistano un libro digitale; senza contare che la fruizione di questi passa anche per i tablet, gli smatphone e i PC

Negli Usa qualcosa però sta succedendo davvero: le vendite degli e-book sono calate del 10% rispetto all’anno prima, come segnala il rapporto 2015 dell’Association of American Publishers. È lecito credere che anche l’Italia seguirà questo trend fra qualche anno (considerando il ritardo dell’introduzione degli e-book rispetto al mondo anglosassone e americano). Di contro però i libri digitali nel nostro Paese godono di discreta salute. 

giovedì 12 novembre 2015

Cenare in serra

[Articolo pubblicato nel numero #63 di novembre della rivista WU magazine]


Tavoli apparecchiati con gusto e inondati dalla luce naturale, piatti originali o della tradizione, ricette gustose preparate con ingredienti di qualità a km zero. Quello che potrebbe sembrare un sogno o il set di una puntata di MasterChef esiste davvero. È la realtà dei ristoranti esclusivi ricavati in serre, vivai e orti, un trend che sta conquistando l’Europa, dai canali di Amsterdam all’Inghilterra, dalla penisola Scandinava fino a Milano. 

La voglia di cibo sano e naturale è sempre più un’esigenza dei frequentatori dei ristoranti di tutt’Europa, che però non hanno intenzione di rinunciare a esperienze gustative eccellenti in ambienti raffinati e indimenticabili. Così lo chef stellato Gert-Jan Hageman ha dato vita a una tendenza che sempre più città europee stanno facendo propria. La sua prerogativa era di creare un ristorante dove la luce solare potesse risplendere in ogni angolo e dove gli chef potessero dare sfogo alle loro abilità, partendo dai prodotti freschi e di stagione. Così acquista una serra dei primi del ‘900, alta otto metri, alle porte di Amsterdam e dalla struttura di ferro e vetro ricava il ristorante “De Kas”. Oltre alla serra ristrutturata con gusto moderno, mantenendo però tocchi retrò, la prerogativa di questo angolo di paradiso è l’orto attiguo in cui vengono coltivate moltissime varietà di frutta e verdura che poi si trasformano in piatti delicati e genuini, cucinati con estrema cura. Carni e latticini vengono acquistati da piccoli produttori e allevatori della zona, che si affidano esclusivamente a metodi di lavorazione biologici.

giovedì 5 novembre 2015

Cosa resterà del giornalismo online?

[Articolo pubblicato nel numero #63 di novembre della rivista WU magazine]

Per garantire all’utente-lettore rapidità e multimedialità, Facebook lancia la funzionalità “Instant Articles”. Se tutti i grandi editori decideranno di farne parte, il giornalismo online sarà destinato a cambiare per sempre. Ma in meglio o in peggio?


Secondo una ricerca del Pew Research Center il 63% degli utenti di Facebook s’informa su ciò che accade nel mondo solo attraverso le news che compaiono nella loro timeline sullo smartphone. Troppi, per il colosso di Menlo Park, sono gli 8 secondi che separano il lettore dall’atterraggio sul sito d’informazione. 

Così a maggio scorso Facebook ha lanciato Instant Articles, piattaforma interna al social network e pensata solo per mobile, dove gli editori possono caricare direttamente il proprio articolo e offrirlo agli avidi lettori in un tempo 10 volte inferiore. L’articolo diventa una vera esperienza sensoriale e multimediale: pur mantenendo font e stile del sito d’appartenza, è corredato infatti da immagini dinamiche, video, mappe, approfondimenti, il tutto restando all’interno di Facebook ma avendo la parvenza di leggere il giornale online. I primi a volere sperimentare l’ebbrezza degli “articoli istantanei” sono stati il New York Times, Buzzfeed, National Geographic, Nbc, The Atlantic; seguiti subito dopo da due testate inglesi, Bbc e Guardian, e due tedesche, Bild e Spiegel. Niente male come tester.

Dopo aver pensato alla miglior esperienza possibile per l’utente-lettore, Facebook rassicura anche editori e pubblicitari. Infatti con Instant Articles i siti di notizie e i giornali possono vendere autonomamente gli spazi pubblicitari assicurandosi la totalità degli introiti; se invece si affidano a Facebook Audience Network per coprire gli spazi invenduti, cederanno al social network il 30%. E per allettarli ancora di più, Facebook ha sottolineato che la profilazione dei suoi utenti è molto più precisa rispetto a quella di Google, quindi anche la pubblicità risulta più mirata ed efficace. Gli editori inoltre potranno monitorare l’andamento del traffico sugli “articoli istantanei” e conteggiare quei click come propri.

Se tutti i giornali online passassero a questa funzionalità ci sarebbero diverse implicazioni, non tutte prive di criticità. Su Facebook si scriverà, si editerà, si pubblicherà, si distribuirà e finanche si leggerà l’articolo, e poi lo si commenterà e condividerà con i proprio amici. Lo spettro dell’inglobamento del mondo dell’informazione da parte del social network è dietro l’angolo. Nessuno vieterà in futuro a Facebook una nuova modifica dell’algoritmo che renderà più o meno visibili gli articoli di un editore (che magari pubblica Instant Articles) rispetto a quelli di un altro (che invece pubblica articoli online “tradizionali”).

sabato 19 settembre 2015

La "profezia" di Italo Calvino


Nel mese di settembre di 30 anni fa la morte, con cinico tempismo, non permise a Italo Calvino di tenere il suo ciclo di sei lezioni presso l’Università di Harvard, passate poi alla storia come Lezioni Americane. Correva l’anno 1985. La sesta lezione era ancora in fase di progettazione, le altre ben imbastite e pronte per lasciare senza fiato il mondo accademico e umanistico. Il suo intento principale era quello di mettere nero su bianco i canoni fondanti la letteratura del terzo millennio e contestualmente cercare d’interpretare il cambiamento epocale che stavano subendo i media e la comunicazione. E parlando di letteratura parla anche di questi. Il web era lontano, i social media inconcepibili e ancora nei cinema si fumava. Ma con i suoi canoni Calvino, oltre a indicare la strada verso l’unico tipo di letteratura per lui perpetrabile, è stato in grado di predire funzionalità ed essenza di Twitter. Perché in fondo un tweet è un racconto (breve).

Comincia con la leggerezza, il primo e più importante dei canoni da lui rintracciati, intesa come sottrazione di peso, di tutto ciò che risulta superfluo. Una particella leggera e quasi invisibile che si contrappone alla pesantezza del mondo grave e circostante. E cos’è un tweet se non una leggera e necessaria trasposizione di un mondo pesante e gravido di fisicità. Un tweet è un brevissimo racconto a cui è stato tolto tutto il peso accessorio.

E qual è una delle caratteristiche che determinano l’efficacia o il fallimento di un tweet se non la rapidità?  Far presa immediata sul lettore è indispensabile: nella felice riuscita dell’espressione verbale risiede l’importanza del secondo canone, nella “frase in cui ogni parola è insostituibile, dell’accostamento di suoni e di concetti più efficace e denso di significato” (LA 56).