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martedì 21 febbraio 2017

L'arte è mobile

In Spagna i camion dell’imprenditore e mecenate Jaime Colsa diventano vere e proprie opere d’arte urbana itinerante, firmate da famosi street artist. Il Truck Art Project intende portare la cultura fuori dai musei e renderla totalmente democratica


Se la gente non si avvicina all’arte, allora è l’arte che deve avvicinarsi alle persone. È quello che sta succedendo in Spagna grazie al rivoluzionario e visionario Truck Art Project: i teloni di grossi camion e autocarri diventano tele d’artista e si muovono per le strade del Paese come opere d’arte itineranti. La paternità dell’idea è del collezionista d’arte Jaime Colsa, nonché patron della Pallibex, società di logistica e trasporti spagnola. 

Il progetto prende avvio nel 2015 con l’obiettivo di mettere in piedi una singolare collezione di arte contemporanea senza alcun proprietario e in cui i camion di Colsa si trasformano in monumentali supporti delle opere. L’imprenditore e mecenate affida la curatela dell’arte contemporanea al gallerista Fer Francés e di quella urbana all’organizzatore di eventi Oscar Sanz. Nasce così una vetrina vivente e itinerante delle ultime tendenze nel campo della pittura, del disegno e dell'arte urbana, collocandosi in contesti non consueti e spaesanti. E col passare del tempo il programma diventa ancora più ambizioso e multidisciplinare, spaziando anche nei campi di fotografia, musica e cinema. Sanz afferma che uno dei maggiori punti di forza di questa iniziativa sta nella sua ricezione spontanea, proprio perché gli stimoli artistici del progetto vengono ricevuti ogni giorno in maniera quasi inconsapevole: “Prende corpo ciò che Marina Vargas, una delle artiste che partecipa al Truck, ha definito ‘l'estetica della vertigine’, ovvero che le opere sono progettate per apparizioni fugaci in un lasso di tempo molto determinato. La staticità solitamente governa il lavoro dell'artista tradizionale, ma qui a essere determinante è la mobilità”.

venerdì 4 novembre 2016

Massimo Sirelli, quei ricordi che diventano robot

L’artista Massimo Sirelli si è inventato un mondo popolato da robot da compagnia, realizzati con pezzi da riciclo dietro ai quali si nascondono storie personali e importanti. Vere e proprie opere d’arte che non sono oggetto di compravendita, ma aspettano solo di essere adottate.
massimo sirelli
Massimo Sirelli - Foto di Francesco Gili
Diligentemente disposti su mensole, su scaffali, sul grande tavolo da lavoro in legno grezzo. Alti, bassi, grassi, magri, umanoidi o dalle sembianze animali, dal colore del metallo o colorati: sono i robot da compagnia di Massimo Sirelli, un artista calabrese impiantato a Torino, che sfugge a qualsiasi etichetta. Un po’ street artist, un po’ illustratore, un po’ padre di robot, un po’ direttore creativo della sua agenzia di comunicazione.

Tra gli argini del Po e della Dora si trova il laboratorio di Massimo. L’ordine regna sovrano e tutti gli attrezzi del mestiere sono disposti con precisione maniacale. Non solo viti, bulloni, martelli e trapani: i pezzi forti del suo arsenale creativo sono innumerevoli scatole di latta di ogni forma e colore, utensili da cucina in disuso, maniglie di finestre, rotelle di monopattini, piccoli elettrodomestici.