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mercoledì 10 giugno 2015

Colla, una rivista letteraria (che ti mette) in crisi

C'è una rivista letteraria italiana che fa Colla di nome e Una rivista letteraria in crisi di cognome. Ieri ha compiuto la maggior età con la pubblicazione del suo Numero 18, ma in realtà di anni ne ha solo 6. Vi chiederete: una rivista letteraria che continua a selezionare, leggere, correggere, impaginare, cassare, sostenere racconti nel 2015? Ce ne sarà davvero bisogno? 


Forse sì, visto che in quest'ultimo numero trovano spazio uno dei due vincitori del Premio Calvino, Valerio Callieri, e una scrittrice-bibliotecaria bipolare canadese che risponde al nome di Deborah Willis. Forse l'estrema cura nella selezione dei pezzi prima o poi paga, oltre a creare un pubblico di fedelissimi e accollati proseliti. Colla sarà pure in crisi, ma non mette certo in crisi il lettore che si accosta a sfogliarla (o a scaricarla, visto che - ovviamente - esiste solo in formato digitale). Ogni numero di Colla riserva certo sorprese ed emozioni sempre nuove, ma di certo non lascia mai delusi.

lunedì 10 febbraio 2014

La bulla di Bollate e altre brutte storie

Da mesi ormai assistiamo inermi a storie d'inarrestabile degrado che riguardano le nuove generazioni di adolescenti.
Dalle baby prostitute, dagli sputi a donne di colore sugli autobus, dagli attacchi omofobi che portano giovani al suicidio, da attacchi di cyberbulli sui social (Ask in particolare), fino ad arrivare alla bulla di Bollate che qualche giorno fa ha preso a calci e pugni un'altra ragazzina di 14 anni o giù di lì.

Io personalmente resto scioccato dai calci in testa sferrati da un umano ad un altro essere umano (se così possiamo definirli). Non dirò che è maggiormente scioccante perché si tratta di due ragazzine, perché sono bassezze che pronunciamo solo noi italiani maschilisti. Scioccante, invece, è la rabbia con cui la biondina tinta agisce e la totale indifferenza dei numerosi presenti che si sono limitati a riprendere e a bestemmiare di tanto in tanto.

Ho riso, in passato, di ragazze che si sono accapigliate per futili motivi: ma il massimo che ho visto è stato qualche capello strappato,qualche gridolino acuto, seguito da lacrime copiose ma immotivate e mascara sbavato. L'episodio della ignobile biondina tinta (di-tuta-vestita) ha tutta l'aria di un agguato bello e buono, premeditato, carico di rabbia, con scagnozzi al seguito che riprendono la scena indisturbati.

Sarà che ho avuto un'altra formazione, sarà che provengo da un altro secolo, sarà che ho un animo romantico, ma io a quel calcio in faccia ho arricciato il naso e girato la testa dall'altra parte. Ed è ancora più incredibile che gente sul web abbia sfruttato la notizia, spacciandosi per paladini della non-violenza di gandhiana memoria, solo per fare qualche manciata di like o follower in più. Ancora più sconcertante che a vedere questo video qualcuno dica che è tutto normale, che lo si faceva anche ai suoi tempi e che ora è soltanto amplificato per via della velocità del web. Resto di pietra davanti a un mondo che guarda tiepido questi eventi. 

E come di solito accade davanti a questi fatti parte la caccia al colpevole: ho visto comparire articoli che davano tutta la colpa alla madre e alle (pessime) madri italiane, viziati da evidente maschilismo nostrano (il padre invece era sulla poltrona a leggere il giornale e fumare la pipa), ai professori e alla scuola, ai presidi, agli amici, al sistema. Solito populismo di chi ha pochi argomenti (seppur io sarei per l'abolizione del suffragio universale e per la castrazione chimica delle stesse persone non in grado di votare).

Io penso semplicemente che uno stato che permette la cancellazione, o quant'anche la riduzione, delle ore di storia dell'arte come insegnamento nelle scuole, un paese che possiede la stragrande maggioranza del patrimonio artistico mondiale, che permette la chiusura di teatri, che fa pagare migliaia di euro per la Scala e non sovvenziona le piccole compagnie (e la lista potrebbe continuare all'infinito) è proprio il maggiore responsabile di giovani reietti e annoiati, che non hanno stimoli e incentivi, che per passare il tempo si devono drogare, stuprare e pestare fra loro. E' uno stato che si merita schiere e schiere di bulle di Bollate. Uno stato che, con leggi deleterie e una classe politica indegna, legittima una società dove non è più sensato chiedere scusa se si urta per sbaglio qualcuno per strada, o far sedere una donna incinta o un anziano tremolante, in cui non ha senso andare per mostre e cinema, dove l'impegno per progetti seri, volontaristici e di utilità sociale sono ritenuti futili e perdite di tempo.


sabato 17 novembre 2012

Luis Sepúlveda a Bookcity Milano: amicizia, animali e politica. - Per uscire dalla crisi c'è bisogno di una rivoluzione dell'immaginario.

Luis Sepúlveda ha aperto l'edizione zero della BOOKCITY MILANO giovedì 15 ottobre nella sala conferenze della Triennale di Milano. I saluti di Stefano Boeri, assessore alla cultura della città del libro, e di Luigi Brioschi, presidente della Guanda: entrambi pongono l'accento sulla necessità di dare forte impulso allo sviluppo della cultura, capace di generare mondi, visioni e orizzonti.; entrambi concordi che Bookcity rappresenti un forte segnale d'apertura per Milano e per l'Italia intera.
Si entra così nel vivo della chiacchierata con l'autore de Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, un uomo mite, sobrio, affabile. Discute con Bruno Arpaia, scrittore e giornalista, ma soprattutto suo grande amico. "Un paese che legge ha più possibilità d'immaginare: questo è l'unico modo che abbiamo a disposizione per uscire dalla crisi". Così esordisce Arpaia e lo scrittore cileno rincara la dose: "Questo festival è una luce in questa Europa di crisi, crisi che non hanno fatto i cittadini, ma i nemici dei cittadini. Per uscire dalla crisi c'è bisogno di una rivoluzione dell'immaginario". E di rivoluzione lui ne sa qualcosa.
Si passa poi a discutere del suo nuovo libro, Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico, e del tema caro alla narrativa di Sepúlveda, l'amicizia. Ci si perde così nei suoi dolci e famigliari racconti, dall'amicizia che lo lega col suo compadre, fino alla peripezie vissute per incontrare il suo scrittore-mito, Julio Cortazar; si ride quando parla del suo rapporto con gli animali e dell'orrore quando vide la sua unica gallina, mascotte di tutti i suoi amici, servita per cena. Ma ci si perde nella sua semplicità quando parla dell'amicizia, che per lo scrittore incomincia quando si parla di Noi: i veri amici sanno condividere anche il silenzio.
In chiusura si accenna alla situazione politica: per Sepúlveda negli ultimi anni la politica europea è stata carente di morale e di etica. Arriva a toccare, anche in maniera abbastanza inavvertita, la politica italiana e in particolare le primarie del centrosinistra. Gli pare paradossale che appartenenti a una stessa corrente debbano rilasciare dichiarazioni rispetto alla loro ideologia e alla loro posizione, quasi per differenziarsi dagli altri (dello stesso gruppo). E non le manda di certo a dire Sepúlveda, meravigliandosi che un leader che si candida per guidare il paese citi come proprio modello ispiratore papa Giovanni.
Conclude con un messaggio di speranza: "Dobbiamo opporre a questo stato di cose una resistenza creativa e forse l'utopia di un'Europa unita, l'unica che ci resta, potrà finalmente diventare realtà".