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venerdì 20 maggio 2016

Popolo di santi, poeti e analfabeti funzionali

Circa 7 italiani su 10 sono analfabeti funzionali, non sono cioè capaci di usare in modo efficace le competenze di base (lettura, scrittura e calcolo) per muoversi autonomamente nella società contemporanea e comprenderla. È colpa anche dei social network?


Illustrazione di Laura Marin per Wu Magazine
Centocinquantacinque anni fa, all’alba dell’unificazione nazionale, in Italia un 78% della popolazione era considerata analfabeta. Il vessillo di analfabeta veniva consegnato a chi non era in grado di scrivere il proprio nome. Due guerre mondiali hanno fatto spostare di qualche centimetro la scala di riferimento: il censimento generale del 1951 infatti riserva lo status di analfabeta a chi non sa leggere e scrivere. Le stime dell’epoca si attestano intorno al 15%. Boom economico, scolarizzazione, nuove tecnologie e riforme ci traghettano vertiginosamente negli anni 2000, spostando ulteriormente l’asticella: gli analfabeti del terzo millennio sono rappresentati da quanti non posseggono alcun titolo di studio. Tra il 2001 e il 2002 il 7% dei laureati si contrappone a un ancora duro 11%, composto da analfabeti o da senza titoli di studio.

Giunti negli anni dieci del XXI secolo - anni di iper-connessione, social network, immediatezza e app - una nuova categoria entra a far parte della mole di studi e censimenti: è considerato analfabeta funzionale colui che sa scrivere e leggere, ma non sa utilizzare queste competenze per interpretare la realtà in cui vive o per trarre considerazioni personali. Le cose del mondo gli scivolano sotto gli occhi ed è in grado di comprenderle esclusivamente attraverso le implicazioni che hanno su di sé. Secondo i dati dell’Ocse 7 italiani su 10 (dai 15 ai 65 anni) non comprendono un testo letterario, un contratto d’affitto o di un’utenza domestica, una polizza assicurativa, un articolo di giornale (literacy proficiency); per non parlare dell’accesso e utilizzo d’informazioni numeriche indispensabili nella vita pratica (numeracy proficiency). Resta enorme, per completare il quadretto, lo scarto tra gli abitanti del Belpaese e gli altri cittadini europei, nell’utilizzo e nella fruizione quotidiana delle nuove tecnologie digitali o d’internet (come dimostra il tariffario per servizi basilari - come ricariche, installazioni app e trasferimento rubrica telefonica - che Mediaworld è stato costretto a esporre di recente). 

giovedì 5 novembre 2015

Cosa resterà del giornalismo online?

[Articolo pubblicato nel numero #63 di novembre della rivista WU magazine]

Per garantire all’utente-lettore rapidità e multimedialità, Facebook lancia la funzionalità “Instant Articles”. Se tutti i grandi editori decideranno di farne parte, il giornalismo online sarà destinato a cambiare per sempre. Ma in meglio o in peggio?


Secondo una ricerca del Pew Research Center il 63% degli utenti di Facebook s’informa su ciò che accade nel mondo solo attraverso le news che compaiono nella loro timeline sullo smartphone. Troppi, per il colosso di Menlo Park, sono gli 8 secondi che separano il lettore dall’atterraggio sul sito d’informazione. 

Così a maggio scorso Facebook ha lanciato Instant Articles, piattaforma interna al social network e pensata solo per mobile, dove gli editori possono caricare direttamente il proprio articolo e offrirlo agli avidi lettori in un tempo 10 volte inferiore. L’articolo diventa una vera esperienza sensoriale e multimediale: pur mantenendo font e stile del sito d’appartenza, è corredato infatti da immagini dinamiche, video, mappe, approfondimenti, il tutto restando all’interno di Facebook ma avendo la parvenza di leggere il giornale online. I primi a volere sperimentare l’ebbrezza degli “articoli istantanei” sono stati il New York Times, Buzzfeed, National Geographic, Nbc, The Atlantic; seguiti subito dopo da due testate inglesi, Bbc e Guardian, e due tedesche, Bild e Spiegel. Niente male come tester.

Dopo aver pensato alla miglior esperienza possibile per l’utente-lettore, Facebook rassicura anche editori e pubblicitari. Infatti con Instant Articles i siti di notizie e i giornali possono vendere autonomamente gli spazi pubblicitari assicurandosi la totalità degli introiti; se invece si affidano a Facebook Audience Network per coprire gli spazi invenduti, cederanno al social network il 30%. E per allettarli ancora di più, Facebook ha sottolineato che la profilazione dei suoi utenti è molto più precisa rispetto a quella di Google, quindi anche la pubblicità risulta più mirata ed efficace. Gli editori inoltre potranno monitorare l’andamento del traffico sugli “articoli istantanei” e conteggiare quei click come propri.

Se tutti i giornali online passassero a questa funzionalità ci sarebbero diverse implicazioni, non tutte prive di criticità. Su Facebook si scriverà, si editerà, si pubblicherà, si distribuirà e finanche si leggerà l’articolo, e poi lo si commenterà e condividerà con i proprio amici. Lo spettro dell’inglobamento del mondo dell’informazione da parte del social network è dietro l’angolo. Nessuno vieterà in futuro a Facebook una nuova modifica dell’algoritmo che renderà più o meno visibili gli articoli di un editore (che magari pubblica Instant Articles) rispetto a quelli di un altro (che invece pubblica articoli online “tradizionali”).