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martedì 28 marzo 2017

"Me lo ha detto il medico" (riflessioni su un popolo di scettici)


Nei paesi se non stai bene o se ti servono dei farmaci c'è un solo posto dove andare: dal dottore, il medico condotto, come dice mia nonna.
Anziani sfaccendati fanno a gara l'un l'altro per prendere il posto, per finire per primi e poter tornare a non fare nulla. E magari poi ripresentarsi qualche giorno dopo. Sale d'attesa piene zeppe di saluti distratti, di "chi è l'ultimo?", di "posso entrare 'che devo chiedere solo una cosa veloce?". Del proprio medico di base ci si fida ciecamente. "Lo ha detto il medico", "te lo ha ordinato il medico?". Anche perché nei paesi, fino a pochi anni fa, era spesso una delle figure più istruite e non dialettofone che si potesse trovare. Già il solo fatto di parlare in italiano (presumibilmente) corretto gli conferiva autorevolezza, assoluta e indiscutibile. Ma oggi qualcosa sta cambiando.

Una signora sulla sessantina va dal medico con dei valori sballati perché ha eliminato drasticamente dalla sua dieta la carne e ora ha importanti carenze di ferro e altri nutrienti. Il medico le chiede come mai non ha seguito le sue indicazioni e lei ribatte che ha letto su Facebook che i vegani vivono di più. Il medico, che la segue da 30 anni, cerca di farle capire che, è vero, ci sono anche degli studi in tal senso, ma che tutto dipende dalla storia clinica del paziente, dall'età, dal tipo di vita che fa, ecc. E che poi non è che si può togliere la carne dalla mattina alla sera ma in maniera graduale, sostituendo fonti di proteine vegetali a quelle animali e cercare di bilanciare il tutto. Ma lei no, dice che lui vuole solo arricchire le case farmaceutiche perché poi le prescrive il farmaco anti-reflusso. E lui invece le dice che dovrebbe diminuire i grassi saturi e di alcol, come le aveva già raccomandato, ma lei ribatte che non è vero, che ha smesso da un pezzo di farsi i goccetti.

mercoledì 1 febbraio 2017

Di social, albe e bufale: quando la post-verità si radica in provincia

PREMESSA

Ho iniziato a scrivere questo post diverse volte, completando, cancellando, dosando le parole, finendo poi per metterlo sempre in bozza. Ma credo che per il lavoro che faccio abbia, al meno in parte, l'obbligo morale di fare ordine su alcune cose successe nel mio paese, Soveria Mannelli, negli ultimi tempi. Non vuole essere per nessun motivo un'analisi politica, ma con questo post voglio toccare solo aspetti che hanno a che fare con il mio lavoro, che quindi conosco bene, per condividere parte di quella mia conoscenza con chi si è trovato dall'oggi al domani catapultato nel mondo dei social, del digitale e della comunicazione sul web. Post mosso per altro da un viscerale amore per il mio paese.

Ho visto l'uso che molti dei miei compaesani fanno di Facebook - rientrando a pieno titolo in una folta schiera nazionale di analfabeti digitali - che a lungo andare può essere pericoloso perché ci si costruisce una realtà di valori e fatti alternativa e parallela.

La foto è ovviamente una mia opera d'arte e di fantasia 

INTRODUZIONE

Premessa doverosa per i non soveritani (ma forse anche per qualche soveritano smemorato): c'è a Soveria Mannelli, una lunga tradizione di pratiche di comunicazione volte a richiamare l'attenzione sul paese. Nella stragrande maggioranza dei casi queste pratiche si sono limitate all'annuncio in pompa magna di qualcosa che di magno in realtà ha davvero poco. Altre volte, per fortuna, all'annuncio hanno corrisposto anche fatti di degni di nota.

Tra i primi possiamo annoverare in ordine sparso: il busto di Garibaldi che versa copiose lacrime, la visita in grande stile di Carlo di Borbone (pretendente al trono del Regno delle Due Sicilie), le olive autoctone mandate in dono per la cena dell'ultimo dell'anno a Barack Obama (seppur a 800 m.s.l. di ulivi non se ne vedano), il battesimo di una strada "Via col Vento", l'offerta di ospitalità a Saddam Hussein per il suo esilio. Fino alla richiesta fatta pervenire a Microsoft affinché non correggesse in automatico Soveria in Soneria sul celeberrimo programma di videoscrittura Word (figuratevi se tutti i paesi del mondo chiedessero la stessa cosa). Insomma allegre trovate pubblicitarie volte ad accendere i riflettori sul paesino pre-silano, destinato poi a tornare nell'ombra, tra le spallucce e i sorrisetti degli addetti ai lavori. Niente di male, per carità, se restano tali. Il problema si verifica quando c'è qualche sprovveduto che comincia a crederci per davvero, facendo prendere avvio da quelle trovate una narrazione parallela del paese.

Ma andiamo con ordine.

venerdì 20 maggio 2016

Popolo di santi, poeti e analfabeti funzionali

Circa 7 italiani su 10 sono analfabeti funzionali, non sono cioè capaci di usare in modo efficace le competenze di base (lettura, scrittura e calcolo) per muoversi autonomamente nella società contemporanea e comprenderla. È colpa anche dei social network?


Illustrazione di Laura Marin per Wu Magazine
Centocinquantacinque anni fa, all’alba dell’unificazione nazionale, in Italia un 78% della popolazione era considerata analfabeta. Il vessillo di analfabeta veniva consegnato a chi non era in grado di scrivere il proprio nome. Due guerre mondiali hanno fatto spostare di qualche centimetro la scala di riferimento: il censimento generale del 1951 infatti riserva lo status di analfabeta a chi non sa leggere e scrivere. Le stime dell’epoca si attestano intorno al 15%. Boom economico, scolarizzazione, nuove tecnologie e riforme ci traghettano vertiginosamente negli anni 2000, spostando ulteriormente l’asticella: gli analfabeti del terzo millennio sono rappresentati da quanti non posseggono alcun titolo di studio. Tra il 2001 e il 2002 il 7% dei laureati si contrappone a un ancora duro 11%, composto da analfabeti o da senza titoli di studio.

Giunti negli anni dieci del XXI secolo - anni di iper-connessione, social network, immediatezza e app - una nuova categoria entra a far parte della mole di studi e censimenti: è considerato analfabeta funzionale colui che sa scrivere e leggere, ma non sa utilizzare queste competenze per interpretare la realtà in cui vive o per trarre considerazioni personali. Le cose del mondo gli scivolano sotto gli occhi ed è in grado di comprenderle esclusivamente attraverso le implicazioni che hanno su di sé. Secondo i dati dell’Ocse 7 italiani su 10 (dai 15 ai 65 anni) non comprendono un testo letterario, un contratto d’affitto o di un’utenza domestica, una polizza assicurativa, un articolo di giornale (literacy proficiency); per non parlare dell’accesso e utilizzo d’informazioni numeriche indispensabili nella vita pratica (numeracy proficiency). Resta enorme, per completare il quadretto, lo scarto tra gli abitanti del Belpaese e gli altri cittadini europei, nell’utilizzo e nella fruizione quotidiana delle nuove tecnologie digitali o d’internet (come dimostra il tariffario per servizi basilari - come ricariche, installazioni app e trasferimento rubrica telefonica - che Mediaworld è stato costretto a esporre di recente).