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martedì 28 marzo 2017

"Me lo ha detto il medico" (riflessioni su un popolo di scettici)


Nei paesi se non stai bene o se ti servono dei farmaci c'è un solo posto dove andare: dal dottore, il medico condotto, come dice mia nonna.
Anziani sfaccendati fanno a gara l'un l'altro per prendere il posto, per finire per primi e poter tornare a non fare nulla. E magari poi ripresentarsi qualche giorno dopo. Sale d'attesa piene zeppe di saluti distratti, di "chi è l'ultimo?", di "posso entrare 'che devo chiedere solo una cosa veloce?". Del proprio medico di base ci si fida ciecamente. "Lo ha detto il medico", "te lo ha ordinato il medico?". Anche perché nei paesi, fino a pochi anni fa, era spesso una delle figure più istruite e non dialettofone che si potesse trovare. Già il solo fatto di parlare in italiano (presumibilmente) corretto gli conferiva autorevolezza, assoluta e indiscutibile. Ma oggi qualcosa sta cambiando.

Una signora sulla sessantina va dal medico con dei valori sballati perché ha eliminato drasticamente dalla sua dieta la carne e ora ha importanti carenze di ferro e altri nutrienti. Il medico le chiede come mai non ha seguito le sue indicazioni e lei ribatte che ha letto su Facebook che i vegani vivono di più. Il medico, che la segue da 30 anni, cerca di farle capire che, è vero, ci sono anche degli studi in tal senso, ma che tutto dipende dalla storia clinica del paziente, dall'età, dal tipo di vita che fa, ecc. E che poi non è che si può togliere la carne dalla mattina alla sera ma in maniera graduale, sostituendo fonti di proteine vegetali a quelle animali e cercare di bilanciare il tutto. Ma lei no, dice che lui vuole solo arricchire le case farmaceutiche perché poi le prescrive il farmaco anti-reflusso. E lui invece le dice che dovrebbe diminuire i grassi saturi e di alcol, come le aveva già raccomandato, ma lei ribatte che non è vero, che ha smesso da un pezzo di farsi i goccetti.

venerdì 20 maggio 2016

Popolo di santi, poeti e analfabeti funzionali

Circa 7 italiani su 10 sono analfabeti funzionali, non sono cioè capaci di usare in modo efficace le competenze di base (lettura, scrittura e calcolo) per muoversi autonomamente nella società contemporanea e comprenderla. È colpa anche dei social network?


Illustrazione di Laura Marin per Wu Magazine
Centocinquantacinque anni fa, all’alba dell’unificazione nazionale, in Italia un 78% della popolazione era considerata analfabeta. Il vessillo di analfabeta veniva consegnato a chi non era in grado di scrivere il proprio nome. Due guerre mondiali hanno fatto spostare di qualche centimetro la scala di riferimento: il censimento generale del 1951 infatti riserva lo status di analfabeta a chi non sa leggere e scrivere. Le stime dell’epoca si attestano intorno al 15%. Boom economico, scolarizzazione, nuove tecnologie e riforme ci traghettano vertiginosamente negli anni 2000, spostando ulteriormente l’asticella: gli analfabeti del terzo millennio sono rappresentati da quanti non posseggono alcun titolo di studio. Tra il 2001 e il 2002 il 7% dei laureati si contrappone a un ancora duro 11%, composto da analfabeti o da senza titoli di studio.

Giunti negli anni dieci del XXI secolo - anni di iper-connessione, social network, immediatezza e app - una nuova categoria entra a far parte della mole di studi e censimenti: è considerato analfabeta funzionale colui che sa scrivere e leggere, ma non sa utilizzare queste competenze per interpretare la realtà in cui vive o per trarre considerazioni personali. Le cose del mondo gli scivolano sotto gli occhi ed è in grado di comprenderle esclusivamente attraverso le implicazioni che hanno su di sé. Secondo i dati dell’Ocse 7 italiani su 10 (dai 15 ai 65 anni) non comprendono un testo letterario, un contratto d’affitto o di un’utenza domestica, una polizza assicurativa, un articolo di giornale (literacy proficiency); per non parlare dell’accesso e utilizzo d’informazioni numeriche indispensabili nella vita pratica (numeracy proficiency). Resta enorme, per completare il quadretto, lo scarto tra gli abitanti del Belpaese e gli altri cittadini europei, nell’utilizzo e nella fruizione quotidiana delle nuove tecnologie digitali o d’internet (come dimostra il tariffario per servizi basilari - come ricariche, installazioni app e trasferimento rubrica telefonica - che Mediaworld è stato costretto a esporre di recente).