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venerdì 6 gennaio 2017

Tutte le parole del 2016 che vorremmo dimenticare

Caro neonato e magnanimo 2017, vengo a te con una lista di piccole cose che mi sento di chiederti per i prossimi 365 giorni: si tratta di far sparire dal linguaggio parlato alcune parole e modi di dire più fastidiosi di un film di Natale con Alessandro Siani e Paolo Ruffini. E se ti sentissi in vena di concessioni, potresti anche eliminare fisicamente quanti ne fanno uso.

Per semplificarti un po' il compito mi prendo la libertà di darti alcuni preziosi suggerimenti.

parole usate 2016

Tanto per cominciare potresti far sparire l'abuso della parola establishment, non perché non serva, ma perché ormai se ne fa un uso talmente distorto dimenticando che esiste da migliaia di anni ed è stato sinonimo di oligarchia in alcuni periodi, di élite in altri, di casta di recente; e non ci si accorge che si tratta solo di un capro espiatorio nel momento in cui l'economia non gira bene. E mi viene spontaneo, caro 2017, chiederti di eliminare sondaggi, di certo tra le parole più sopravvalutate del 2016.

Così come l'abuso di "il fronte del", per indicare una parte di votanti, mi fa venire voglia di prendere la fronte di chi l'ha inventato e sbatterla ripetutamente contro un frigorifero. Quindi 2017 benevolo, agisci tu. E visto che ci sei, portati gentilmente via anche il presidente non eletto dal popolo, così come i gufi, i giaguari, le vacchele volte buone, i referendum, i mandare a casa e la governabilità! E se non chiedo troppo anche Salvini. 

venerdì 20 maggio 2016

Popolo di santi, poeti e analfabeti funzionali

Circa 7 italiani su 10 sono analfabeti funzionali, non sono cioè capaci di usare in modo efficace le competenze di base (lettura, scrittura e calcolo) per muoversi autonomamente nella società contemporanea e comprenderla. È colpa anche dei social network?


Illustrazione di Laura Marin per Wu Magazine
Centocinquantacinque anni fa, all’alba dell’unificazione nazionale, in Italia un 78% della popolazione era considerata analfabeta. Il vessillo di analfabeta veniva consegnato a chi non era in grado di scrivere il proprio nome. Due guerre mondiali hanno fatto spostare di qualche centimetro la scala di riferimento: il censimento generale del 1951 infatti riserva lo status di analfabeta a chi non sa leggere e scrivere. Le stime dell’epoca si attestano intorno al 15%. Boom economico, scolarizzazione, nuove tecnologie e riforme ci traghettano vertiginosamente negli anni 2000, spostando ulteriormente l’asticella: gli analfabeti del terzo millennio sono rappresentati da quanti non posseggono alcun titolo di studio. Tra il 2001 e il 2002 il 7% dei laureati si contrappone a un ancora duro 11%, composto da analfabeti o da senza titoli di studio.

Giunti negli anni dieci del XXI secolo - anni di iper-connessione, social network, immediatezza e app - una nuova categoria entra a far parte della mole di studi e censimenti: è considerato analfabeta funzionale colui che sa scrivere e leggere, ma non sa utilizzare queste competenze per interpretare la realtà in cui vive o per trarre considerazioni personali. Le cose del mondo gli scivolano sotto gli occhi ed è in grado di comprenderle esclusivamente attraverso le implicazioni che hanno su di sé. Secondo i dati dell’Ocse 7 italiani su 10 (dai 15 ai 65 anni) non comprendono un testo letterario, un contratto d’affitto o di un’utenza domestica, una polizza assicurativa, un articolo di giornale (literacy proficiency); per non parlare dell’accesso e utilizzo d’informazioni numeriche indispensabili nella vita pratica (numeracy proficiency). Resta enorme, per completare il quadretto, lo scarto tra gli abitanti del Belpaese e gli altri cittadini europei, nell’utilizzo e nella fruizione quotidiana delle nuove tecnologie digitali o d’internet (come dimostra il tariffario per servizi basilari - come ricariche, installazioni app e trasferimento rubrica telefonica - che Mediaworld è stato costretto a esporre di recente).